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*loading* tiri allo specchio
![]() lunar phases |
Chiudo gli occhi e mi vedo precipitare in un dirupo.
Gli occhi sono i tuoi e io sono un fagotto rigido e nero, la forma oblunga che cade e rimbalza sulle pareti di roccia, sollevando spruzzi di pietrisco e polvere.
Chiudo gli occhi e gli occhi sono di nuovo i miei ed io ancora rimbalzo e ancora precipito e non sento dolore, anche se sono sballottata qua e là come una pallina da tennis, sulle rocce sottili e puntute.
Dunque è questo che si prova a volare.
Con le gambe urto qualcosa, le ginocchia si piegano a formare un angolo che sul momento mi pare buffo e innaturale mentre il mio corpo viene proiettato in un'ampia parabola, verso il centro dell'abisso.
Ci sono poche piante, crescono abbarbicate alla roccia come ad un'ultima speranza. Buon per loro.
Dovessi rinascere vorrei essere una pianta. Chiaro, non l'oleandro appiccicoso di un'aiuola autostradale. Una mangrovia sì, immobile e senza tempo, con le radici brulicanti di vita affondate nel fango.
Ma anche queste, queste maledette che mi frustano la faccia, queste piante isteriche attaccate con gli artigli, non viste e sole, che cercano conforto nel freddo di un sasso. Anche queste hanno più tenacia di me.
Cado di testa, con le braccia appiattite lungo i fianchi, fa freddo e nel silenzio sento solo il fischio del vento che entra e esce dal mio orecchio, la faccia dura come cartapesta, tirata agli angoli della bocca e l'eco di sassi che mi inseguono.
Ora colo a picco pesante come piombo, ora volteggio senza materia e penso che devo proprio apparire piccola come un coriandolo a lui che mi guarda dalla cima.
Ho il tempo di chiedermi perchè l'abbia fatto, ma anche il mio cervello s'è fatto duro e aguzzo. Tagliato male, può solo formulare domande e tralasciare le risposte. Ho lunghe zampe di ragno ficcate nelle parti molli, che mi incasinano la continuità: tutto va veloce come una furia fuori da me, ma lento da sembrare eterno negli anfratti spugnosi della mia mente. Un microcosmo adimensionale, in cui il tempo rimbomba sordo, dimentico del resto.
No. No, questo non è volare. Lo so perchè una volta l'ho sognato, di volare.
Sfrecciavo a bassa quota, veloce come un'ape, sui campi immobili e vivi. Sentivo il calore, c'era una luce bellissima e io respiravo da dio, nonostante la velocità folle. Potevo muovermi, battevo la resistenza dell'aria senza alcuno sforzo. E non c'era tempo perchè non c'era scopo, perchè non c'era fine. Perchè non c'era traccia della domanda fatale.
Appunto, questo non è volare. Non puoi consolarti con l'illusione del volo quando stai precipitando da un burrone.
E infatti mi schianto al suolo e faccio il rumore d'un fiotto di vomito improvviso, sull'asfalto.
Come quella volta che mi reggevi i capelli e la fronte sudata e tutto era aperto e possibile. E remoto.
Mi schianto, vado in pezzi e non ci sono più.
