Crudele Trio! Così esigevi nell'ora del languore

Non Vergognartene

*loading* tiri allo specchio


lunar phases
 
giovedì, 21 febbraio 2008
Composizione per bomboniere

Non riuscire a dormire, anche questa notte, è lo scotto che pago per il mio continuo negare l' evidenza.
Questa notte è per le luci dell'alba.
Per il fischio che modulo nella testa al pensiero del fu.
Per gli sguardi assenti di gente sconosciuta.
Per i piatti anneriti. Per l'incontinenza e l'amore nei bagni.
Per tutto quello che ho imparato. Per tutto quello che imparo la mattina.
Per il peso di un corpo morto, adagiato sopra il mio.
Per le sigarette che ho fumato. Per quella scatola di legno che tieni nel cassetto. Per i capelli sul pavimento. Per tutti i divani del mondo. Per l'attesa di un ritorno, per il mare da una finestra quadrata.
Per quello spazio che non ci toglieranno mai. Che ci rilassa così bene.
Per i bicchieri rotti, per il vino versato, per i 4/4 e per il microsampling della minchia. Per il silenzio e per il regime di transizione.
Per Sashenka e per il suo palmare.
Per una mano dietro la schiena, di notte. Per i Pixies. Per il caldo del primo effetto.
Per me, che ultimamente penso senza subordinate.
Per le pareti bianche, i soldati blu e i i romanzi noir. Per Chandler, Tijuana e i western polverosi.
Per gli amici che restano nonostante il tempo. Per la primavera che torna sempre.
Per  le ragazze in pantaloncini, allah il misericordioso, la treccani e per chi non vuole capire.
Per la mia toscana, che certe volte sa essere così morbida.
Per quella volta che ti ho cercato con lo sguardo ed eri ancora lì.





Per te, testa di cazzo, che manchi come sempre.
Solo un pensiero, davvero poco originale.

Tirato da: AliceEraMora a 03:29 | link | commenti (265) |

lunedì, 11 febbraio 2008
Racconti sadici per pendolari

16.11.05

Il colore della noia è lo stesso che ha l’aria in queste mattine.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte.
E fuori dal finestrino sfila una realtà immobile.
Le macchine ferme, abbandonate sulle strade, oppure lasciate a bagnarsi in qualche campo, con le ruote a terra e il finestrino rotto, sullo sportello una rosa di ruggine.
Intorno bidoni blu elettrico che si colmano di acqua bruna, gabbie con dentro cani scontenti, mattoni cemento ferro, tralicci abbattuti, alberi neri e fermi.

Non è poi così difficile da accettare, tutto disabitato, il genere umano finalmente schiacciato come una piattola in un angolo umido.

I carri merce sono rimasti fermi sui binari e il legno di cui sono carichi è ormai completamente marcio; (si legge ancora, sbiadita di verde, la scritta invecchiata di qualcuno che ha corretto “il Neto” con “il peto”, e il cartello blu pende storto da una parte).

La mattina in cui ho toccato per l’ultima volta la terra era Ottobre. Adesso non lo so.
Piano piano il senso dei giorni si è perso e nessuno qui tiene più il conto.
Non so dire come sia stato possibile  ritrovarsi tutti lanciati su questi binari, simultaneamente, visto che il treno non si è mai fermato, da allora; ma così è.
Siamo saliti, ci siamo seduti e per lungo tempo c’è stato solo il rumore del ferro contro il ferro.
In principio c’è stato qualcuno che si è lamentato, ma sono stati pochi: non è facile capire, ma la cosa è stata in qualche modo naturale.
E a terra non è rimasto nessuno: il suolo adesso fuma di nebbia e se questa macchina smettesse di ronzare, fuori, resterebbe soltanto il vento.

Ogni tanto qui qualcuno si alza e cambia posto, stanco dei proprio vicini; un giorno facce sadiche di vecchi induriti dal viaggio, il giorno seguente occhi di donne ansiose solo di essere toccate.
La gente annoiata  ha iniziato a figliare e se cammini per un po’ trovi corridoi dalle luci fulminate, i cui pavimenti sono viscidi di sangue e placenta.

Circa quattro vagoni a destra, uno intero è stato occupato da questi figli del treno, chiassosi e cattivi. Lucidi della follia che può cogliere unicamente chi, per la vita, alzando lo sguardo, non ha visto che interminabili file di luci al neon; di chi non può fissare gli occhi su niente, chè un attimo dopo quel niente è sparito, rimpiazzato, lontano.

Due cani si accoppiano vicini ad una fontana e a terra, appiattita e sporca, c’è una sciarpa rossa che mi ricorda qualcosa.
Ho pensato che, forse, se mi mettessi a correre forte, in direzione contraria al senso di marcia per questi corridoi interminabili, sarebbe come rimanere finalmente ferma. E potrei continuare a fissare quel pezzo di stoffa rossa, fino a vederlo marcire un giorno e deteriorarsi e sparire, infine, sotto i miei occhi.
Ma non sono certa che la cosa avrebbe ancora senso, dopo.

Quindi non mi alzo mai, se non per percorrere pochi metri per volta e poi sedermi di nuovo, a guardare fuori dal finestrino.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte, chè dal treno non si scende più, tutti seduti, spremuti, scomodi, chiamati ad assistere al prezioso spettacolo della propria assenza.

Tirato da: AliceEraMora a 13:17 | link | commenti (250) |