Crudele Trio! Così esigevi nell'ora del languore

Non Vergognartene

*loading* tiri allo specchio


lunar phases
 
lunedì, 28 gennaio 2008
Human after all

C’è stata una notte fatta di cani e di sigarette fumate a metà e di aria bagnata e grigia e di cani a latrare immoti e ciechi; solidi, nel fastidio del freddo.
Io a torcermi le dita sulla panchina, pensando di avere grandi cose da dire , e lei che si allontanava lenta dalla luce del lampione.
Nei miei anni quante frasi cesellate in testa parola dopo parola. Tutte taciute, poi, per incapacità di sintesi, per imbarazzo o per chissà cos’altro. Per quella sensazione d’inutilità e reverenza che ci assale spesso di fronte alle cose naturali.
Kvetch. Ecco cosa.



C'è che la comunicazione, in certe occasioni, io non la capisco: tutto questo sciupìo di silenzio, questi bar che traboccano parole, questa paura di non aver niente da dire; aggrappati alla propria voce, impauriti, innamorati e sordi.

(“cristo, possibile che tu non riesca ad esprimerti, miserabile, senza ricorrere a tre aggettivi?” )

Chissà poi cosa ci sembra di dire. Cosa ci sembra di essere.

("che ridicola trappola per stronzi" )

Sospesi su qualche trespolo come i bengalini della mia vecchia vicina di casa.
Mangiavano ossi di seppia e cagavano strani schizzetti.
E noi, come loro, ad aspettarci chissà quale leccornia.
ritrovandosi poi, dopo tutto, a banchettare con i resti d’un morto.

Tirato da: AliceEraMora a 01:42 | link | commenti (199) |

martedì, 15 gennaio 2008
Ho tutto il corpo, di Achille

(Non piangere che mi bagni i coglioni)


Del mago di Oz mi è sempre rimasta impressa la scena della morte della strega dell’Est, con le scarpe a punta che sporgono monche da sotto la casa.
Quando sono entrata nella stanza dei tre letti avevi le scarpe a punta che sporgevano da sotto la coperta e mi è venuta in mente Dorothy.
La flebo nel braccio, le chiazze di vomito, l’odore di disinfettante sopra il puzzo di sudore.
Mi è sembrato tutto così antico. Mi sono sentita così stanca.

Il secondo letto era occupato da una vecchia accompagnata dal marito. Un donnino confuso, con un principio di parkinson e compagnia bella.
Nel primo letto invece c’eri tu, col tuo sgallettare ubriaco. Con la tua morte negli occhi. Col tuo essere scampata per il rotto della cuffia. Con quell’orgoglio strano dei malati con le loro malattie.
Il donnino ha fatto la chemio. Il donnino, è evidente, versa in condizioni molto peggiori delle tue. Ma tu rincari, con livore e soddisfazione, hai fatto anche la radio: ed è il tuo malsano trionfo; il petto gonfio dei reduci del Vietnam.
Non ci siamo fatti mancare niente, dici.
Con quell’orgoglio strano che hanno i malati (che hai tu, se non altro): il diritto che ti arroghi, l'esclusiva del dolore.
Il fatto è che, magari, una volta dato uno sguardo nella gola del Leviatano, è difficile non attaccarsi, ciechi e barbari, a sé stessi. Questo lo intuisco perfino io; ma rimango comunque al di qua della palizzata e so che non lo capirò mai a pieno, fino al mio turno. E di ciò mi scuso.

E’ il terzo letto quello dove riposo io, vestita e con la giacca ancora addosso. E’ tardi e sono stanca e ho un cuore piccolo e non dovrei essere qui a vedere la scena pietosa del tuo disfacimento. E mi duole qualcosa che non afferro e che forse è senso di colpa, perché non riesco a provare altro che nausea. O forse no ma non importa.
Aspetto che la tua flebo finisca intanto che tu cerchi di staccarti la flebo.

Penso all’atmosfera rarefatta delle sale del pronto soccorso. L’aria d’attesa mesta e la compartecipazione distaccata e indolente di tutti al dolore di tutti. Quello stato di coscienza in cui la verità si rivela, ci si guarda negli occhi e si ritorna innocenti e la disillusione è palpabile e l’innocenza è finita.
Quelli sono i luoghi in cui anche lo spazio finisce, finisce il grande sogno: la convinzione che si ha, quando si è altrove, di esservi per fare qualcosa.

E ancora sono sola a girare per i corridoi, la luce bianca è sparata e mille ma anche così le corsie mi sembrano piene di segreti, con le ombre ad addensarsi negli angoli e l’abisso dietro ogni porta, in ogni armadietto. Perché è qui che coagula tutto. Qui c’è tutto quello che conta: morte, amore, tachicardia e molte droghe.

Sono sola nella luce bianca di un ospedale del cazzo oggetto di recenti scandali, il cui suolo è stato calpestato niente popò di meno che dall’on.Livia Turco in gita con le sue amiche orsoline, mi sento lontana e mi sembra di avere perduto qualcosa per strada.
Mi sembra più che altro di aver perduto la strada.

E di ciò mi scuso.



Flebo. Flebite. Tromboflebite. Non trombo mai. Flebile vivere.

Tirato da: AliceEraMora a 14:54 | link | commenti (116) |

sabato, 12 gennaio 2008
Alberto Stasi è colpevole!

L'impegno! Per carità, non sociale, ma personale.  E' che in turné faccio un po' fatica a mettere due righe in fila. Migliorerò a marzo, quando li augelli innafieranno i primi virgulti, tenerelli, della bella stagione. Vedi?!



Ma intanto, in generale, è difficile mantenere alto il livello della produttività. Alta produttività. Oggi, ad esempio, non riesco ad alzare il sedere dal letto, sarà la pioggia, sarà la Romagna, sarà la chemio.

Alle volte penso che vorrei, solo per una volta ancora, provare ad addormentarmi tra le braccia di Laura.

Ho comprato la discografia completa degli Sugarcubes e ho definitivamente capito che Bjork mi annoia da morire. Una specie di erezione triste.

Finita l'epoca del latte fresco, a succhiar tette non esce più nulla.
Proprio come con Bjork.

Tirato da: Negroniglio a 16:23 | link | commenti (20) |

sabato, 05 gennaio 2008

Tirato da: Negroniglio a 17:55 | link | commenti (132) |